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"PRESOCRATICI"
Teoria di Talete

"I naturalisti di Mileto"
Le prime teorie filosofiche si basano sulla convinzione che sussista una sostanza unica o primo principio (arché), comune a ogni entità esistente, che sta alla base della molteplicità delle cose quale comune materia originaria, causa di tutti i fenomeni naturali.
Secondo TALETE DI MILETO (624-546 a.C. ca.), considerato dalla tradizione il più antico filosofo greco, l'elemento o materia imperitura, principio originario del tutto, è l'acqua.
Di acqua è composta ogni cosa, che esiste perché l'arché ha intrinseco il principio della vita e del movimento (ilozoismo).
Talete fu anche matematico (teorema di Talete) e astronomo (previde l'eclissi totale del sole che si verificò nel 585 a.C.).
Il suo allievo ANASSIMANDRO (611-546 a.C. ca.) definì più astrattamente il principio universale come àpeiron, ovverossia l'indefinito.
Da esso hanno origine gli elementi cosmici per opposizione dei contrari, che a esso ritornano: «Il principio delle cose è l'àpeiron; ciò da cui esse derivano e a cui tornano secondo necessità.»
Con ANASSIMENE (585-525 a.C. ca.) l'arché riacquista caratteristiche materiali, in quanto egli considera quale principio universale l'aria che, condensandosi, dà origine al freddo (e quindi all'acqua, alla terra, alla pietra) e rarefacendosi genera il caldo (il fuoco).
In tal modo Anassimene riconduce determinazioni qualitative a modificazioni quantitative.
Gli esseri umani partecipano di questo principio, poiché anche l'anima è composta di aria.
"I pitagorici"
teoria di Pitagora

La dottrina della scuola fondata da PITAGORA (570-500 a.C. ca.), i cui membri vivevano in in comunità semiclaustrali a Crotone, meridionale, ha per oggetto di indagine il significato dei numeri.
Prendendo spunto dalla scoperta che gli intervalli della scala musicale sono riconducibili rapporti numerici razionali sussistenti fra corde che vibrano, i pitagorici svilupparono il pensiero che l'essenza di tutta la realtà fosse da individuarsi nei numeri.
Essi creano ordine nel cosmo, determinando e circoscrivendo l'indefinito (àpeiron).
Le cose altro non sono che raffigurazioni dei numeri e la forma della loro essenza coincide con la loro figura matematica.
Esistono differenze tra i numeri: l'uno è numero perfetto e costituisce l'origine degli altri numeri.
Il dispari ha valore di determinato e il pari di indeterminato e incompiuto.
La teoria dei numeri venne applicata dai pitagorici ad ambiti diversi.
In matematica la loro attività si estrinsecò nell'elaborazione di teoremi e nell'enunciazione di assiomi.
Il teorema di Pitagora portò alla formulazione della teoria dei numeri irrazionali.
In astronomia svilupparono una configurazione del cosmo secondo la quale gli astri ruotano intorno a un fuoco fisso a intervalli regolari.
In etica, determinante risulta essere l'armonia, regolatrice degli astri e dell'animo umano.
Nonostante l'impostazione scientifica degli studi matematici e musicali, la scuola pitagorica è permeata di un forte carattere mistico-religioso, riscontrabile, in particolar modo, nella dottrina della metempsicosi e nel concetto di separazione dell'anima dal corpo:
l'anima rappresenta la vera essenza dell'uomo, che deve essere liberata dalle impurità del corpo.
"Empedocle"
teoria di Empedocle

EMPEDOCLE (492-432 a.C. ca.) formulò una teoria secondo la quale esistono quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) che vengono messi in movimento attraverso le forze cosmiche dell'amore e dell'odio:
l'amore assoluto le congiunge in una unità omogenea, mentre l'odio le separa.
L'esistenza delle cose è determinata dall'azione simultanea e antitetica di queste due forze, che dà luogo alle varie combinazioni degli elementi.
Empedocle formulò, inoltre, una teoria della percezione, sostenendo l'esistenza di effluvi che si irradiano dai composti o dalle masse elementari e penetrano nei "pori" o canali invisibili di altri corpi; queste commistioni avvengono solo nel caso di elementi tra loro simili.
"Anassagora"
teoria di Anassagora

Secondo ANASSAGORA (500-425 a.C. ca.) esiste una molteplicità infinita di elementi, qualitativamente diversi, che sta alla base della varietà infinita delle cose:
ciascuna cosa è il prodotto di una mescolanza particolare di quegli elementi, presenti in ogni parte, anche minima, di essa.
La mescolanza caotica degli elementi viene posta in moto dall'intelletto (noùs) che agisce secondo un principio ordinatore.
"Leucippo"
LEUCIPPO (V sec. a.C.) è considerato il fondatore della dottrina atomistica, tramandata e sviluppata successivamente dal suo allievo Democrito. Ogni cosa è composta da corpuscoli indivisibili (à-tomos) che si differenziano l'uno dall'altro per figura, ordine e posizione.
Gli atomi si muovono, da sempre, l'uno contro l'altro meccanicamente, esercitando pressione.
Fra di essi è il vuoto.
Solo dal raggrupparsi degli atomi fra loro si originano le cose.
teoria di Leucippo-Democrito
"Democrito"
DEMOCRITO (460-370 a.C. ca.) sviluppò la dottrina atomistica di Leucippo in direzione materealistica.
Le cose, costituite da un aggregato di atomi sono determinate da qualità primarie, oggettive, come la pienezza, la pesantezza, la solidità la compattezza, mentre qualità come il colore l'odore e il sapore sono secondarie, soggettivo e recepibili solo dai sensi.
La percezione avviene tramite piccole immagini (eídola) che si staccano dagli oggetti.
Anche l'anima è composta da atomi sottilissim (atomi di fuoco) che vengono posti in movimento da queste immagini, provocando in tal modo l'impressione sensibile.
Democrito interpreta conseguentemente tutta l'attività intellettuale dell'uomo, e la considera come un processo materiale.
L'etica di Democrito pone come meta dello sforzo individuale il conseguimento di un'armonia spirituale, che consiste di quiete ed equilibrio e si raggiunge esercitando la ragione, la misura, l'astensione dai piaceri sensuali e la considerazione dei beni spirituali.
"Senofante e Parmenide"
SENOFANTE fu il primo esponente della scuola eleatica fondata a Elea, nell'Italia meridionale.
Tema centrale della sua concezione religiosa è la lotta contro gli dei antropomorfi, così come erano stati raffigurati da Omero ed Esiodo, per affermare l'esistenza di una divinità dalle caratteristiche così espresse:
«Un dio è massimo fra gli dei e fra gli uomini, non simile ai mortali né nell'aspetto né nel pensiero.»
La dottrina dell'unità dell'essere elaborata da PARMENIDE (540-470 a.C. ca.) è di importanza fondamentale per la storia del pensiero filosofico. L'essere si definisce attraverso attributi come «non nato né perituro, intero, non mobile, atemporale, uno, continuo».
L'esistenza del non-essere, al contrario, viene posta in discussione, ed espressa dalla fondamentale frase: «L'essere è, il non-essere non è.»
L'essere che tutto pervade è immoto e immutabile, poiché, in caso contrario, bisognerebbe ammettere un non-essere diverso dall'essere all'interno del quale avviene il movimento.
Parmenide risolve il contrasto fra questa tesi e l'esperienza quotidiana, che fa rilevare modificazioni costanti, sostenendo l'illusorietà dell'esperienza sensibile, condizionata da ciò che appare.
In tal modo egli scinde nettamente l'osservazione empirica dalla conoscenza razionale. L'unica vera conoscenza è quella che riguarda l'esistenza di un essere unico immutabile: «La stessa cosa é pensare ed essere.»
"Zenone"
ZENONE di Elsa, allievo di Parrnenide, sostenne la dottrina del maestro tramite una serie di argomentazioni, che divennero famose già fra i contemporanei.
Egli dimostrò, per esempio, che la considerazione del movimento come un mutamento di luogo nel tempo genera contraddizioni.
Famoso è, in proposito, l'argomento della freccia:
partendo dal presupposto che il tempo sia costituito da un insieme di istanti separati e infiniti, se si scompone il volo di una freccia in singoli istanti, durante ognuno di quegli istanti la freccia sarà immobile, e quindi risulterà essere sempre ferma.
Un altro paradosso molto noto, che analizza un caso opposto al precedente, considerando il tempo come un continuum infinito, è quello di Achille e della tartaruga:
se Achille, in una gara di corsa con una tartaruga, le concede del vantaggio, non riuscirà mai a superarla perché, quando raggiungerà il punto dal quale la tartaruga è partita, quest'ultima sarà giunta in un punto più avanzato; perciò la distanza fra i due potrà divenire minore, ma in nessun caso nulla.
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"Eraclito"
Diverso dalla dottrina eleatica è il pensiero di ERACLITO (550-480 a.C. ca.).
Al centro della sua speculazione è la tesi dell'eterno divenire al quale è sottoposta ogni cosa.
E nota la frase: «Non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume.» Poiché: «Tutto scorre, nulla permane.»
Il mondo viene descritto come teatro di un costante alternarsi di determinazioni opposte: «Il caldo diviene freddo, il freddo caldo, l'umido secco, il secco umido.» Nulla è concepibile senza il suo contrario:
vita e morte, veglia e sonno, giorno e notte.
Tutto il divenire è determinato dai rapporti di tensione fra i contrari: in tal senso la guerra, come incessante lotta fra gli opposti, è considerata madre di tutte le cose.
Tutto è governato dal lógos, la legge secondo la quale si compie il processo del divenire.
Per poterlo conoscere è necessario essere sapiente. Il lógos è la legge (anche in ambito etico) e l'unità degli opposti:
«Dal tutto l'uno e dall'uno il tutto.»
La formulazione del concetto dell'unità degli opposti fa sì che Eraclito possa essere considerato il primo filosofo dialettico.
Il lògos, al tempo stesso, con le sue caratteristiche normative e unitarie, costituisce il presupposto della dottrina del diritto naturale.
Così come Parmenide, anche Eraclito distingue tra ciò che è conoscibile con i sensi e ciò che è accessibile al pensiero.
La vera sapienza si può raggiungere però attraverso un pensiero che sia in armonia con il lógos, la ragione universale.